Mirroring e Mito
PianoMirroring significa rispecchiamento al pianoforte.
È il nome di una Via, ma anche di un’azione: la possibilità di tradurre in musica l’animo umano, rispecchiandolo sonoramente. Si tratta di una grande novità, sia in campo musicale – rivoluzionando la relazione artista-opera-ascoltatore – sia in ambito psichico e spirituale, date le implicazioni interiori che vengono a prodursi durante questa esperienza.
Per mezzo dello sguardo costante e di un contatto empatico e intuitivo, le informazioni che provengono dalla persona – visibili ed invisibili – vengono da me recepite direttamente e trasformate in una narrazione sonora. Il mio compito è quello di divenire un ponte diretto tra il mondo interiore della persona, inconscio e celato, e la parte cosciente.
Il risultato di questo atto è una composizione di musica estemporanea, ovvero nata al momento, che racconta una situazione, una storia, uno stato d’animo, il quale può diventare la descrizione di una modalità di essere, e che può dunque spingersi a raccontare una vita, intesa come la risultanza di una struttura mentale ed emotiva: una partitura esistenziale.
Laddove nel quotidiano viviamo eventi ed incontri, nel mirroring è possibile ritrovare tutto ciò espresso in un linguaggio simbolico-sonoro.
Per essere più precisi, il mirroring è un mito musicale, una narrazione simbolica espressa nel linguaggio dei suoni, capace di parlare direttamente alle sfere profonde dell’ascoltatore, poiché costruito sul soggetto stesso presente durante l’atto e creato in diretta.
I miti servono a questo: a raccontare la psiche individuale o collettiva per mezzo di storie che apparentemente non trattano gli eventi biografici del fruitore, ma che ne individuano e ne riassumono l’essenza con una precisione tale che potremmo definire scientifica.
È mito una vicenda ambientata in un tempo fuori dalla Storia, fuori dalla geografia reale, e che tratta di personaggi inesistenti, mai esistiti, e che mai potrebbero esistere per via di alcune caratteristiche palesemente irreali, come il potere di Zeus di scaraventare fulmini, o altri miti, più recenti: dalle saghe medioevali, alle fiabe di ogni tradizione del mondo, sino a giungere ai tempi nostri con i personaggi dei fumetti e dei film di fantasia.
Nella realtà che definiamo concreta, il mito non esiste, e mai vi esisterà, eppure ciò che esso racconta lo percepiamo vero; sentiamo che in quel susseguirsi di immagini e fatti vi è qualcosa che ci riguarda, fino al punto che finiamo per ammettere che quella narrazione racconta proprio di noi, in un preciso momento della nostra vita, tanto che tutti i personaggi presenti nella vicenda sembrano descrivere le persone che abbiamo intorno o, come spesso avviene, le funzioni della nostra psiche, ora raffigurate antropomorficamente.
Il mito, se tocca la nostra essenza più vera in un dato momento, diventa talmente preciso nel rispecchiarci che iniziamo a dubitare che esso sia finzione. Anzi, potremmo cominciare a credere che solo il mito sia reale, mentre gli eventi quotidiani non sarebbero altro che le prove di quella verità, la manifestazione sul piano concreto di idee esistenti in un altrove eterno, immateriale e atemporale. Giungiamo così al concetto di archetipi, forme esistenti al di là della loro incarnazione concreta, forme che ci informano, che ci danno senso e alle quali obbediamo, come l’argilla obbedisce allo stampo.
La coincidenza data dalla precisione del mito e un certo momento di vita la chiamiamo sincronicità, la quale infonde nell’ascoltatore l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa di magico. Vi è lo stupore di una narrazione che, sebbene scritta in tempi remoti, sembra esere stata creata adesso, e per la persona in questione.
Tutto ciò vale anche per il mirorring, ma con la variante della soggettività immediata che porta ancora più senso nell’ascoltatore.
Certamente, ogni brano musicale è mito, dal più potente – quando si parla di grandi capolavori della musica – sino al più semplice, come nella musica popolare. La grande novità di PianoMirroring è che il mito sonoro viene costruito sulla persona e al momento stesso dell’apertura delle porte interiori. E non solo: si tratta – e lo vedremo – di una narrazione sonora che segue la persona nella sua stessa scoperta, adeguando il racconto in base alle reazioni del partecipante.
La stessa cosa accade quando si racconta una fiaba a un bambino, dove moduliamo la voce e smussiamo gli angoli della vicenda a secondo delle reazioni che il bambino ci restituisce. Tutto ciò con l’intento di permettergli di entrare maggiormente nella storia e fargliela vivere nel modo più intenso possibile. La stessa cosa vale per un mirroring.
Fare mirroring, quindi, significa aprirsi a una narrazione irreale, ma che racconta una verità. Ed è questo il compito dell’arte, la quale, per mezzo di un artificio, appunto, è capace di rivelare una verità dell’essere. Se non rivela una verità non è arte, ma libera espressione. E vedremo più avanti cosa intendiamo.
La grande novità in campo musicale è la musica concepita direttamente sull’individuo singolo, come vedremo, e non per un ascoltatore ipotetico o una massa di individui.
Così come il mito non è un racconto isolato, che spunta dal nulla, ma strumento di conoscenza creato per svolgere un chiaro compito all’interno di una via di sapienza, anche il mirroring non è il fine di PianoMirroring, ma un mezzo all’interno di un percorso.
Così come i miti rischiano di apparire ai più distratti come storielle partorite da menti infantili e primitive – quando addirittura non vengano prese per vere da menti realmente infantili e primitive –  anche il mirroring corre il rischio di sembrare una trovata pubblicitaria: un pianista che ti guarda negli occhi e suona il tuo ritratto; la macchietta sonora della tua personalità. Niente di più lontano dal vero.
La ritrattistica sonora esiste, e certamente negli angoli della storia della musica, e come trastullo da salotto. E a ragione. Non si tratta di descrivere la persona, tratteggiando i suoi lineamenti, quanto fargli vivere un’esperienza profonda di conoscenza di sé. In ambito figurativo, il grande pittore lo sa bene che non è certo la fisionomia del volto il cuore del ritratto, ma un mistero, un simbolo che si cela dietro i lineamenti umani.
Parlando di mirroring non si tratta dunque di ritrattistica sonora, poiché la musica non può descrivere nulla, dicevamo, ma può attivare una voce interiore che nasca dalla persona stessa e che le parli da dentro; una serie di significati non introdotti con il potere della parola o del segno grafico – così precisi da imporre loro stessi – ma una musica che non dice nulla di suo ma permette alla persona di dirsi tutto di sé.
In questo momento, a tre anni dalla nascita di PianoMirroring, iniziano a emergere epigoni che sono limitati alla ritrattistica musicale, passando accanto a una modalità molto più profonda e soprattutto utile a uno scopo fondamentale: la crescita della consapevolezza umana, veicolata per mezzo di una mitologia sonora che sia però inserita in una via sapienziale che questo libro ti descriverà.

Musica o suono?
Un altro punto importante, che qui accenniamo, è la differenza tra musica e suono, distinzione da fare immediatamente.
Il suono è il materiale con cui costruiamo la musica. Il suono sta in relazione alla musica come il mattone con la casa. Il suono possiede una sua struttura, come il mattone, ma la casa è un progetto, una strategia.
Come direbbe qualcuno, la Musica è architettura svolta, mentre l’architettura è musica pietrificata.
Affinché vi sia musica, è necessario un pensiero intelligente che vada ad abitare il suono, altrimenti informe e incapace di attivare significati.
Prendiamo subito distanza, quindi, dall’idea di suono che cura, e dai concetti spesso vaghi di vibrazione equilibrante o di guarigione di cui il nuovo mondo pseudo scientifico e pseudo artistico si fa portavoce.
Essendo onda fisica, il suono ha effetti sul corpo, ma la psiche, intesa come entità di senso ed emozionale, è immune al suono singolo. E noi sappiamo che non è il corpo su cui agire, ma la psiche.
Usare il suono come strumento di guarigione indirizzandolo sulle persone significa trasformare l’esperienza sonora in un farmaco da ingoiare aspettando che svolga lui il lavoro; in sintesi, trasformiamo la musica in un’aspirina. Rischiamo di tornare all’idea passiva dell’individuo, da sempre fallimentare in ambito sapienziale, che non si mette in gioco lui stesso nel processo di crescita e scoperta. Siamo ancora davanti al principio che qualcosa di esterno, come un bombardamento di raggi infrarossi, possa guarirci.
Sicuramente il suono può intervenire in ambito medico come onda, e già accade; così come la potenza del suono può diventare un’arma militare, cosa già sperimentata. Con il suo potere di spostare grandi quantitativi d’aria, il suono diventa una bomba e alcune frequenze possono far esplodere la materia.
Ma questa non è musica. Per musica intendiamo il suono quando è stato informato da un pensiero intelligente.
Oppure, possiamo sì utilizzare il suono singolo come mezzo per un cambiamento di coscienza, ma solo quando l’individuo lo produce direttamente con la sua voce, diventando strumento vibrante. Il suono non ha potere in entrata sull’individuo, e se ce l’ha è temporaneo e duraturo tanto quanto il suono stesso. Finito il suono, lo stato di coscienza torna, con il tempo, a essere ciò che era prima.
Il suono come unica nota ha potere soltanto quando viene emesso, poiché è il corpo a produrlo, iniziando un processo di trasformanzione interno che lo condurràa una trasformazione, processo che ovviamente richiederà tanto tempo. Spiegato più semplicemente: puoi ascoltare tutte le belle parole del mondo, ma finchè non è il tuo sentire a produrle, non vi è segno concreto di trasformazione.
La musica, invece, ci interessa per il suo potere di evocare, suscitare immagini, visioni, e per questo capace di raccontre il mondo interiore dell’individuo, il quale è interamente e solamente costruito con le immagini.
Per tornare alla metafora del mito, il suono sta alla musica come la parola sta alla vicenda. Ciò che ha potere non è la parola in sé, come potrebbe esserlo la parola cielo, ma il signifcato che essa prende all’interno di una struttura, ovvero all’interno di un’architettura, di un discorso che risvegli significati interiori.
Essendo suono intelligente e quindi informato, ciò che ha potere è l’informazione psichica, l’archetipo che la musica porta all’ascoltatore attraverso il veicolo del suono. Il suono è solo vettore, così come la materia è solo terra fino a quando non viene fecondata da un pensiero.
In altri linguaggi diremmo che la Mater – la Materia-Madre – non può partorire nulla se il Padre – il Logos – non la feconda. L’argilla umida e informe non ha alcun senso fino a quando non viene formata da un’idea presente nella mente del vasaio. E ciò vale per tutta la materia viva, unione sacra di sostanza e pensiero.
Con queste parole dobbiamo compiere un salto dalla pura esperienza musicale per dirigerci alle altezza del pensiero spirituale simbolico. E lo faremo.
Approfondiremo, certamente, ma qui concludiamo il nostro accenno alla distinzione tra suono e musica dicendo che in questo libro non parleremo di vibrazioni che curano, smentendo che vi siano musiche che curano e altre che ammalano. Vi sono musiche che portano alcune informazioni e musiche che ne portano altre, e che l’idea antica di pharmacon è il principio che la vibrazione simile cura il simile.
L’idea stessa che basti rivolgere a una persona una musica armonica per armonizzarla è essa stessa contraria addirittura alle leggi della sapienza, la quale, come appena espresso, vuole che una disarmonia venga curata con un altro tipo di disarmonia – ora sapiente – la cui somma è un’armonia sintetizzante.
Così come abbiamo capito che è inutile bombardare di elementi una zona malata del corpo, come accade con la chemioterapia, dovremmo comprendere bene che sarebbe inutile utilizzare lo stesso sistema con la musica, tasformandola in una esperienza da vivere passivamente, su un lettino medico, come si vive una sessione di onde elettromagnetiche, ad esempio, per una calcificazione alla spalla.
Agiremmo ancora sul dettaglio, sull’effetto e non sulla struttura psichica che ha creato il terreno fertile per lo stato che definiamo, per ora, malato. E questo non è il compito delle arti, le quali non si possono mai ridurre a esperienze quantitative e razionali, ma devono restare misteriose, irrazionali, e per questo appartenenti alla sfera del sacro.
Per queste ragioni, il mirroring è definibile come un’esperienza sacra: un rito che, aggiungendovi il linguaggio, ora sonoro, diventa Mito.
Abbiamo detto che la vibrazione, se è solo suono, si concentra sul mondo fisico, mentre la musica, essendo architettura e pensiero intelligente, si dirige alla psiche, la quale è tale poiché ha una struttura di significato.
Il compito della musica come la intendiamo qui non è armonizzare le cellule del corpo, se non come risultanza dall’aver agito sulla psiche, ma creare strutture musicali capaci, con la loro intelligenza, di rendere intelligente la persona; lo scopo non è guarire una malattia fisica, ma rendere la persona più vasta, introducendo in questa le leggi della musica affinchè essa diventi una partitura viva, nella quale i pesi e le misure che formano gli equilibri interiori siano ad immagine e somiglianza dei pesi e delle misure musicali, matrimonio di ragione e sentimento.
La musica è quindi materia che può agire, ma da questa ne dobbiamo cogliere i messaggi simbolici. Dobbiamo imparare a diventare esseri musicali, orchestre viventi capaci di far emergere da noi stessi quelle partiture segrete che sono le nostre virtù più grandi.
Nel caso del mirroring, ecco dove lo Specchio entra nell’opera alchemica di trasfigurazione. Così come non è fornendo una fotografia di una persona bella o buona che l’osservatore diventa bello o buono; non è fornendo un’immagine armonica (termine che spesso viene usato al posto di piacevole e calmante) che diveniamo armonici, ma restituendo una verità dello stato attuale della persona. È la verità che rende liberi, ovvero la scoperta in se stessi delle reali immagini che ci abitano. Solo la conoscenza delle cose ce ne libera. In questo senso ci allontaniamo dalla musica usata come calmante – se non come strumento occasionario – o come strumento consolatorio, il quale genererebbe altre illusioni, in aggiunta a quelle che la mente umana già produce per sostenere il peso della sofferenza.
Il mirroring fornisce una lastra riflettente, invisibile, sonora, nella quale vedersi. E solo dalla presa di coscienza di chi si è in un dato momento può partire il desiderio o lo slancio della volontà di scavalcare il muro dei limiti di un’identità non ancora rivelata.
È solo con la consapevolezza di essere in prigione che si trovano le ragioni e il coraggio di uscire, acuendo l’intelligenza strategica per evadere.
Da queste prime righe si sarà compreso come tutto ciò vada inserito in un contesto molto più ampio di quello musicale.
PianoMirroring, infatti, è sia il nome di un’azione, l’atto di fare mirroring al pianoforte, ma soprattutto è una nuova concezione che, prima che musicale, è filosofica e a questo punto antropologica.
A questa visione ho dato il nome di Psicoanalogia, la quale diventa Psicoanalogia Sonora nel momento in cui uno dei suoi strumenti è la musica.
In questo libro non tratterò quindi solo di musica, ma di questioni che riguardano il modo con cui guardiamo il mondo e con il quale intendiamo noi stessi.

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